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Marco Macina, il più forte di tutti

Vivere calcisticamente con la nomea del predestinato probabilmente non è stato facile per Marco Macina, campioncino in erba pronto a scalare le vette del calcio mondiale e ritrovatosi a smettere molto presto con il calcio.

Nato a San Marino nel 1964, Marco ha un sinistro di quelli che fanno innamorare gli esteti del pallone.

Gioca nel Tre Penne ed è un ragazzino quando un amico del padre prende carta e penna e scrive al suo mito Sandro Mazzola, in quel momento dirigente dell’Inter, per chiedergli di far fare un provino a questo giovanissimo talento.

Probabilmente incuriosito dalla richiesta, Mazzola accetta e lo invita per una prova, ma per Marco il destino ha previsto altro.

Pochi giorni prima dell’incredibile esperienza ha una grave infezione e deve rinunciare.

Non tutti i mali vengono per nuocere perché da lì a poco gli arriva la chiamata del Bologna, una possibilità comunque di livello e vicino casa.

Quel giorno con lui in campo c’è anche un ragazzino di Jesi di grande talento, si chiama Roberto Mancini e come lui è pronto a fare il salto verso il calcio che conta.

Entrambi hanno una classe cristallina che è impossibile sottovalutare e così la società emiliana li ingaggia entrambi per le proprie giovanili.

Percorrono i tempi e quando hanno 17 anni vengono promossi in pianta stabile in prima squadra, a partire del ritiro estivo prima della stagione 1981/1982.

Per Macina, in realtà, era sfumata la grande occasione dell’esordio tra i professionisti già nell’annata precedente.

Nel febbraio 1981 ad assistere la partita degli Allievi c’è anche mister Gigi Radice che rimane estasiato della prestazione offerta da quel ragazzo di cui si dice un gran bene e decide di convocarlo per la partita interna contro il Perugia.

Accade però che andando all’albergo dove la squadra è in ritiro Macina trova all’ingresso proprio l’allenatore che a bruciapelo gli chiede perché non è andato a scuola.

Il ragazzino sanmarinese cerca di spiegare il motivo dell’assenza ma invano, perché Radice lo rispedisce a casa.

La domenica il Bologna vincerà quattro a zero, un risultato che probabilmente avrebbe permesso a Marco di giocare qualche minuto finale.

La prima stagione con i grandi si conclude con otto presenze e la retrocessione in B.

L’anno dopo il minutaggio aumenta (14 partite e due gol messi a segno in campionato ed altri tre match di Coppa Italia) ma la situazione per i felsinei peggiora ancora di più, con tre allenatori avvicendatesi in panchina senza riuscire ad evitare una incredibile discesa in serie C.

A novembre gioca con gli azzurrini il prestigioso Torneo di Montecarlo e viene eletto il miglior calciatore della manifestazione, un premio importante che dà maggiore enfasi alla sua figura di predestinato.

La Sampdoria s’interessa a lui, ma non solo.

Nils Liedholm, allenatore della Roma, se ne innamora e prova a convincere il presidente Viola a portarlo nella capitale, ma il Bologna chiede troppo e l’affare non si concretizza.

Nel febbraio 1983 finisce fuori rosa per un certo periodo perché qualcuno lo vede in un locale notturno ad orario non consono per un’atleta.

Un episodio che si trasforma in un’etichetta, quella dell’atleta poco dedito al sacrificio e molto al divertimento, che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Con il Bologna retrocesso in serie C, il ragazzo rimane tra i cadetti, prima con l’Arezzo e poi con il Parma, sempre in prestito e trovando sempre più spazio.

Con i toscani gioca undici partite, anche a causa di un’operazione al naso che lo tiene fuori per diverso tempo.

Al Parma scende in campo per la prima volta con maggiore continuità (33 presenze tra campionato e Coppa Italia, con tre gol messi a segno) ma incappa in una stagione pessima per gli emiliani, che retrocedono.

Intanto, siamo nel novembre 1984, il Milan lo ha acquistato senza poterlo tesserare perché il regolamento vieta più di due trasferimenti nell’arco dello stesso anno solare.

La serie di infortuni che hanno colpito il reparto d’attacco milanista avrebbero potuto regalargli l’occasione di sfruttare le carenze di organico.

I rossoneri decidono di lasciarlo fino al termine della stagione in Emilia.

Veste la maglia rossonera nella stagione 1985/1986 con Nils Liedholm (che, come detto, lo voleva già alla Roma) che non lo utilizza con frequenza (una decina di partite giocate, tra cui due di Coppa UEFA) ma gli regala diversi insegnamenti a livello umano.

Per cercare di fargli fare esperienza, il Milan lo manda in prestito alla Reggiana (terzo posto in serie C) e poi all’Ancona, sempre in terza serie, dove ritrova mister Cadè che già lo aveva allenato nell’ultimo anno bolognese.

L’undici ottobre 1987, nel corso della partita contro l’Ospitaletto, ha uno scontro di gioco con un avversario e s’infortuna al ginocchio.

Nella convinzione che si tratti di una distorsione, continua ad allenarsi ma a dicembre, sentendo ancora dolore specie nei cambi di direzione, si sottopone ad un controllo accurato che svela la lesione del legamento collaterale.

Operazione e stagione terminata.

Non può immaginare che quella con l’Ospitaletto sia la sua ultima partita da professionista.

Nell’estate 1988 scade il contratto con il Milan e, nonostante le offerte di Lucchese e Rimini, decide di rimanere fermo un anno e poi tornare proprietario del cartellino, nella convinzione di trovare la giusta sistemazione.

Una convinzione sbagliata perché (a parte tre partite con la nazionale di San Marino) non tornerà più a giocare.

Il tutto mentre Mancini spiccava il volo verso il calcio che conta senza dimenticare cosa fosse stato l’amico Marco: …Era il più forte al mondo under 15, poteva essere Messi. Non ho più visto uno con il suo talento. Ma non gli piaceva allenarsi e si è perso per strada…