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Francesco Dell’Anno

I tifosi della Lazio, quelli con qualche anno in più sulle spalle, ricordano con piacere un giovane talento che non è riuscito mai a dare tutto quello che le sue doti tecniche facevano intravedere.

Parliamo di Francesco Dell’Anno, trequartista classe ’67 di origini avellinesi, che a dodici anni arrivò a Roma per iniziare la felice trafila nelle giovanili biancocelesti.

Un futuro assicurato secondo gli osservatori dell’epoca e l’inizio sembra confermare queste ipotesi rosee.

Il 28 ottobre 1984 la Lazio ospita all’Olimpico la Cremonese guidata dal grandissimo Emiliano Mondonico.

Sulla panchina biancoceleste siede l’argentino Juan Carlos Lorenzo, subentrato a Paolo Carosi e poi a sua volta sostituito da Giancarlo Oddi.

Una stagione maledetta, in cui tutti i tentativi del presidente Chinaglia di salvare la Lazio dalla retrocessione non vanno a buon fine.

Nella partita contro la Cremonese il mister decide di dare spazio a tre giovani: Calisti (che inizia dal primo minuto), Marini (entrato al venticinquesimo del secondo tempo) e Dell’Anno, che fa il suo esordio in serie A al cinquantacinquesimo minuto della partita.

La Lazio vince e per Francesco ci sono tantissimi complimenti.

Scenderà in campo altre volte, incappando però in una retrocessione nella prima stagione da professionista.

Fa vedere il suo carattere turbolento quando, nella sconfitta casalinga per tre a zero contro la Sampdoria, viene espulso per una reazione scomposta ad un fallo.

Rimane anche l’anno successivo, tra i cadetti, continuando a dimostrare di avere un talento enorme, tanto che Chinaglia spedisce al mittente diverse offerte arrivate sulla sua scrivania.

Perché Long John lo immagina come il perno centrale della squadra degli anni a seguire, un ragazzo che può diventare il simbolo.

Sulla panchina della Lazio arriva Gigi Simoni, che deve guidare una squadra composta da giovani leve e giocatori esperti.

Tra Dell’Anno ed il mister non riesce ad instaurarsi un rapporto positivo, soprattutto perché il futuro allenatore dell’Inter non accetta il suo poco impegno negli allenamenti.

Nell’estate 1986 il suo carattere ribelle si palesa quando sparisce improvvisamente dai radar della dirigenza laziale.

Esce dall’allenamento e per due giorni di lui non si sa nulla.

Si prova a sentire nella caserma dove sta svolgendo il servizio militare, ma anche lì nessuna notizia di Francesco.

Ricompare solo quando la squadra è già partita per Cremona, lì dove è prevista la prossima partita dei capitolini.

Ad ottobre finisce la sua storia con la Lazio, ceduto all’Arezzo per un miliardo e settecento milioni di lire, rimanendo quindi in B.

D’altronde, andato via Chinaglia (che aveva venduto la società a Franco Chimenti in febbraio) non c’era più nessuno a tentare di capirlo per sfruttare il suo talento.

L’allenatore della Lazio Eugenio Fascetti gli aveva capire subito di non poter essere clemente con lui (la Lazio iniziava la stagione con nove punti di penalizzazione) e lui aveva deciso di mollare.

La sua esperienza toscana dura due anni visto che alla seconda stagione in terra aretina arriva la retrocessione in serie C1.

Nel febbraio 1987 aveva giocato il torneo di Viareggio, incredibilmente con la maglia della Roma, che lo aveva avuto in prestito dai toscani.

Il preambolo di un affare dato per fatto, perché del passaggio in giallorosso di Francesco si era parlato già nei mesi precedenti.

Un affare che prende una butta piega quando ad inizio luglio Dell’Anno capisce che la Roma ha cambiato idea e lui per ripicca deposita un precontratto (siglato con il presidente Viola qualche mese prima) di tre anni con ingaggio fino a 350 milioni.

Tra le società un accordo che prevede 1,75 miliardi all’Arezzo (anche se si dice che la Lazio fosse proprietaria ancora di metà cartellino), il prezzo del parametro visto che i toscani hanno deciso di non rinnovargli il contratto.

Saltata la possibilità della Roma, rimane ad Arezzo.

Va al Taranto in prestito, ma anche qui incappa in un’annata pessima che si conclude con i pugliesi che scendono in terza serie.

Ritorna all’Arezzo, rimasto in C1 e poi nell’estate 1990 viene acquistato dall’Udinese, convinta di risollevare le sorti del calciatore campano.

I friulani partono con cinque punti di penalizzazione per illecito sportivo e solo questo inizio in salita non permette loro di salire subito in A.

La massima serie arriva la stagione successiva, con Francesco Dell’Anno che diventa ispiratore principe di una squadra che ha come terminale offensivo Abel Balbo.

Il campionato successivo la conferma in serie A e l’interesse dell’Inter, che raggiunge l’accordo con l’Udinese per la cifra di 14 miliardi.

Rimane a Milano tre stagioni, non cogliendo in pieno la grande opportunità capitata.

A parte il primo anno, infatti, il rendimento di Dell’Anno alla causa neroazzurra non è di quelli da ricordare, anche per dei problemi alla schiena che lo affliggono a lungo.

Lasciata la Lombardia, imbocca la fase discendente della carriera, vestendo (sempre in serie B) la maglia della Salernitana, per quattro stagioni quella del Ravenna ed infine chiuderà con il calcio con la Ternana nel campionato 2001/2002.

Appesi gli scarpini al chiodo, il pallone non diverrà mai il suo lavoro.