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Alberto Tarantini. El conejo.

La vita dell’argentino Alberto Tarantini è piena di lutti, di dolore, di cadute, ma anche di risalite, di duro lavoro e carattere forte.

Soprannominato El conejo, il coniglio, per via dei denti sporgenti, fa parte da giovanissimo del vivaio del Boca Juniors.

Una grossa soddisfazione per il padre, grande lavoratore che combatte ogni giorno col proprio dramma interiore, quello di aver perso due figli di neanche due anni ed un terzo di dodici.

Seguire Alberto è distrazione e gioia.

Ma la sfortuna non ha smesso di perseguitarlo.

Alberto è appena tornato dalla Francia, dove con la nazionale giovanile ha vinto il prestigioso torneo di Tolone.

Il padre gli chiede di accompagnarlo da un amico, ma il ragazzo vuole recuperare la stanchezza e gli dice di prendere pure la sua auto.

Il genitore allora cambia idea e va a piedi.

Lungo il tragitto ha un malore e muore d’infarto.

Le pessime condizioni economiche in cui versa la sua famiglia, lo spingono a chiedere al presidente del Boca i soldi il funerale del padre.

Li ottiene ma in cambio di un accordo scritto che garantisce la restituzione del denaro.

Per El Conejo è un affronto etira i soldi in faccia al suo dirigente.

Un gesto che gli costerà caro.

Rimane al Boca per altri due anni, con lo stipendio minimo.

Non contento, il proprietario del Boca convincere i presidenti di molte altre squadre del campionato argentino a non dare alcuna possibilità al terzino ribelle.

Si ritrova alla vigilia dei Mondiali, che l’Argentina gioca in casa, senza una maglia.

Lui che era diventato un punto fermo dei sudamericani.

La sua storia con il Boca è finita dopo 179 partite, la vittoria di un campionato Metropolitano, di un campionato Nacional e di una Coppa Libertadores.

Nonostante tutto, il commissario tecnico Menotti lo convoca per il Campionato del Mondo e lo fa giocare titolare, permettendogli di dare il giusto contributo alla storica vittoria dei bianco – celesti.

Per Alberto l’offerta del Barcellona, che però ha già due stranieri in rosa e gli chiede di sposare una ragazza spagnola (da cui divorziare subito dopo) per ottenere la doppia cittadinanza.

Si rifiuta e si accorda invece con gli inglesi del Birmingham, dove viene ingabbiato in un gioco rigido a lui non congeniale.

Finisce poi nel mirino della stampa inglese perché, nel corso della persa per 5 a 1 contro il Manchester United, ferisce un avversario con una gomitata al volto, facendogli perdere i sensi.

Torna in Argentina dopo solo una stagione in terra inglese e firma con il Telleres di Cordoba, piccola squadra che non era rientrata nell’accordo di ostracismo tessuto dal presidente del Boca.

È quello di sempre e nella stagione 1980 – 1981 torna di nuovo tra i grandi, con il River Plate.

Tre stagioni (con la vittoria di un campionato Metropolitano e di un campionato Nacional) e poi riprova con l’Europa, in Francia.

Al Bastia per un anno e al Tolosa per quattro, prima di finire la carriera nel 1989 con gli svizzeri del San Gallo.

Smessi i panni del calciatore, pensa di dedicarsi all’attività di procuratore sportivo, ma la sua non può essere una vita normale.

Si lascia andare agli eccessi, facendo prendere il sopravvento alla cocaina, che diventa la sua terribile compagna.

Una prigione che gli porta problemi giudiziari di ogni genere e alla distruzione della sua famiglia.

Solo grazie ad una cura di disintossicazione e all’amore di una donna, riesce ad uscire dal tunnel della droga e a ricominciare a vivere con il calcio.

Inizia ad occuparsi di settore giovanile nella sua città di origine, Ezeiza, dipartimento della provincia di Buones Aires.

Poi, mentre i suoi ex compagni sembrano essersi dimenticati di lui relegandolo ad un ruolo marginale, arriva un’offerta importante dalla tv argentina, che lo ingaggia come commentatore ed opinionista.

Un lavoro che ha affrontato con la stessa tenacia che mostrava in campo.